Aspetti psicologici

IMG_0274Il canto è forse l’espressione artistica più direttamente legata alla psicologia sia di chi lo esegue sia di chi lo ascolta.

Il cantante quando si propone al pubblico esprime non solo i contenuti del brano musicale ma anche tutto il suo mondo emotivo.

Il rapporto con l’esibizione prevede una maturità psicologica tale da potere accettare che altri possano assistere alla manifestazione delle emozioni più profonde dell’interprete: è una vera e propria messa a nudo della propria identità più profonda.

Il rapporto che si crea tra l’interprete e il pubblico è condizionato dall’accettazione del proprio prodotto artistico che inevitabilmente coinvolge la stessa identità dell’interprete.

La paura che assale tutti i cantanti deriva dal timore di una mancata accettazione e si ricollega con le angosce connesse con l’evento della nascita.

Quando un interprete propone il suo prodotto artistico corre il rischio di non essere accettato e questo psicologicamente equivale al dubbio amletico “Essere o non Essere”.

La paura della prestazione può derivare da insicurezze tecniche, ed in quel caso solo uno studio che le possa fugare può essere di aiuto.

È tuttavia importante arrivare ad un atteggiamento psicologico che preveda una accettazione del non consenso da parte di chi ascolta, rendendosi conto che la non accettazione non significa necessariamente “non esistenza in vita”.

Il modo migliore per accettare i propri limiti è riconoscerli e ciò può avvenire soltanto attraverso lo studio, l’autoanalisi e la ricerca di obiettivi consoni alle proprie caratteristiche.

Se dopo due anni di studio, pur avendo ottime qualità di base, si pretende di cantare in grandi teatri probabilmente si incorrerà in frustrazioni inevitabili.

È quindi importante che chi assiste alla preparazione di un cantante abbia le capacità e l’onestà di porlo sempre di fronte ai propri limiti in modo critico. La sicurezza psicologica deriva dalla consapevolezza delle proprie capacità e dall’accettazione di un eventuale mancanza di consenso che, se prevista, non può determinare una paralisi o le crisi di panico tipiche di molti interpreti.

Lo stress emotivo al quale può essere sottoposto un cantante è all’origine delle tante patologie sia fisiche che psichiche che spesso affliggono i cantanti.

Per autodifesa molti sviluppano comportamenti reattivi quali la superbia, la strafottenza e l’intima convinzione di essere persone superiori, simili a semidei. Tutte queste energie reattive nel tempo determinano numerosi disturbi della personalità e contribuiscono ad un isolamento psicologico del cantante che in tarda età soffre di crisi depressive insanabili.

La stessa procedura di immedesimazione psicologica nel personaggio, se non gestita con equilibrio, invece di essere strumento di conoscenza, per confronto con la propria identità, si trasforma in un perverso processo di estraneazione dalla realtà.

La persona perde l’identità personale e diventa il proprio ruolo: un cantante.   

Se la voce ha un problema la persona ne è menomata nell’identità e tutto questo contribuisce all’insorgere di nevrosi a volte difficilmente risolvibili.

Ma oltre le influenze sul comportamento e sulla personalità del cantante, l’attività artistica canora può produrre degli stati psicosomatici che si traducono in reali stati patologici.

Non di rado il cantante proprio in occasione di eventi importanti si ammala, cadendo vittima delle tipiche malattie dell’apparato vocale e respiratorio, anche in periodi diversi dai canonici mesi invernali.

Si sviluppano strane allergie e sindromi varie che rendono difficili diagnosi precise.

L’effetto però è uno solo: il cantante sta male.

Il sospetto che tali sintomi siano di origine psicosomatica assale lo stesso cantante, ma evidentemente tale sospetto non rappresenta una soluzione, anzi può provocare un ulteriore senso di frustrazione e di inadeguatezza al ruolo, difficilmente risolvibile da soli.

Ogni sintomo a livello psicologico non è altro che il tentativo di trovare una soluzione ad un determinato problema.

I sintomi vanno capiti non contrastati, non è eliminando il sintomo che si risolve il problema. Normalmente invece si pensa che il sintomo sia il problema e si agisce , o si tenta di agire, su quello.

È come pretendere di salvare chi sta cadendo da un precipizio tagliando la corda alla quale è riuscito ad appendersi. Evidentemente prima di indurlo a lasciare la corda sarà necessario fornire un diverso elemento di sostegno che dia sicurezza.

Nel caso del cantante il timore di non essere adeguato al ruolo può indurre un abbassamento delle difese immunitarie e il corpo si ammala, garantendo quindi l’alibi o per la fuga totale dall’evento, o la possibile indulgenza verso una prestazione non superlativa.

Per difendere il proprio ego si è disposti a tutto , anche a sviluppare una malattia, ma non bisogna giudicare tale fenomeno come frutto di una perversione, tutto questo è funzionale alla sopravvivenza del proprio ego ed è quindi del tutto naturale.

Ciò che è naturale non sempre è tuttavia funzionale alla propria realizzazione, soprattutto perché tutto questo avviene principalmente a livello inconscio, ossia in una zona della nostra psiche estremamente primitiva e che non riesce ad entrare in contatto con  altre dimensioni, ossia le nostre aspirazioni e la nostra sfera affettiva.

Il soggetto rimane intrappolato in meccanismi che sfuggono al suo controllo e che lo portano a vivere ogni volta la frustrazione di desiderare di affermarsi, ma con l’impossibilità di farlo a causa di impropri meccanismi di autodifesa.

Quello che si può tentare di fare è quindi fornire una alternativa alla soluzione che l’inconscio probabilmente trova attraverso la creazione di sintomi fisici di malattia invalidante.

Si tratta in effetti di una vera e propria riprogrammazione della percezione del vissuto personale e del ruolo ricoperto.

Un possibile strumento di riprogrammazione della percezione del proprio ruolo potrebbe essere lo spostare l’attenzione da se stessi verso il concetto di “servizio” che l’interprete svolge come tramite tra l’autore dell’opera artistica e il pubblico.

Quando una madre racconta una fiaba al proprio bambino non si preoccupa della dizione o delle parole che usa e infatti spesso  le mamme sono in grado di cambiare il tono della voce, di dare un ritmo al racconto, di interpretare vari personaggi, anche meglio rispetto alla prestazione di attori professionisti.

In quel caso infatti le mamme non si sentono sotto giudizio o sotto esame, hanno uno scopo: intrattenere il loro bambino, rassicurarlo e prepararlo al sonno, e soprattutto sono spinte da un motore invincibile e instancabile: l’AFFETTO.

Non è un caso che i più grandi interpreti sono propri quelli che riescono a stabilire un rapporto affettivo con il pubblico, il quale molto facilmente perdona anche prestazioni non eccezionali, ma percependo l’affettività dell’interprete ne rimane affascinata.

Il cantante dovrebbe sempre pensare che non canta per dimostrare di essere bravo, ma per donare al pubblico un’emozione artistica.

Occorre quindi liberare la persona dall’identificazione con il proprio ruolo personalistico, permettendole di fruire delle gioie che l’espressione artistica può dare se vissuta come strumento di conoscenza e comunicazione con gli altri.

La tecnica può essere lo strumento principale che libera la persona dalle ansie da prestazione, garantendo una sicurezza dell’esecuzione.

Anche un sano distacco da una eccessiva identificazione con la propria identità può garantire un equilibrio, esaltando il “servizio” di comunicazione al pubblico attraverso l’evento artistico.

Ma elemento fondamentale per la risoluzione dei sintomi rimane lo sviluppo di una affettività sincera verso il pubblico e l’abbandono dell’esaltazione del proprio ego.

Ogni individuo è un microcosmo e per ogni individuo occorre individuare le dinamiche profonde che lo governano, curare la tecnica può essere solo un obiettivo primario ma non l’unico da perseguire.

Se necessario si può anche ricorrere all’assistenza di uno specialista della scienza psicologica, ma in fondo il problema non è poi così complicato e una sana riflessione personale può anche essere sufficiente.